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Brasile: se a minacciare la foresta amazzonica c’è anche una ferrovia cinese

    di  .  Scritto  il  27 maggio 2015  alle  6:00.

Avida di materie prime sudamericane, la Cina spinge per la costruzione di una imponente ferrovia interoceanica che dovrebbe attraversare la foresta amazzonica creando un corridoio privilegiato per il transito di petrolio, ferro, soia, fra il Brasile e il Perù. La strada ferrata – lunga circa 5300 km – unirebbe Atlantico e Pacifico tagliando i tempi di trasporto delle merci con impatti immaginabili sul cosiddetto polmone del pianeta e i suoi abitanti originari, i popoli indigeni ancora relegati ai margini della società latina.BrasileAmazzonia

Ma le preoccupazioni di ambientalisti e attivisti per i diritti umani sono poca cosa di fronte alla firma apposta lo scorso anno dal presidente cinese Xi Jinping a un memorandum di intenti con i suoi omologhi di Brasilia e Lima e al recente impulso a stilare uno studio di fattibilità. Partendo dal porto di Açu, nello Stato di Rio de Janeiro, la ferrovia collegherebbe le coste atlantiche brasiliane con quelle pacifiche peruviane passando per gli stati brasiliani di Goiás, Mato Grosso e Rondônia.

Le sfide logistiche sono notevoli: la ferrovia si dovrebbe srotolare fra una fitta foresta, aree umide ma anche desertiche e finanche montuose; regioni dove in larga parte sono presenti bande criminali legate al narcotraffico e allo sfruttamento abusivo delle risorse naturali, nonché in persistono focolai di conflitti fra comunità rivali. Ma non solo: nell’area interessata dagli ipotetici cantieri è segnalata la presenza di popolazioni native ancora senza contatto con l’uomo bianco, che il pianeta rischierebbe di perdere per sempre.

Nelle vicinanze della frontiera con la Bolivia, le rotaie passerebbero vicino alla “ferrovia del diavolo” come viene chiamato il tratto costruito nel 1912 fra Porto Velho, in Brasile, e Guajará-Mirim, in Bolivia; costato 6000 vite, venne pressoché abbandonato dopo il crollo dell’industria del caucciù. A finanziare il progetto, la China Development Bank, che delegherebbe le operazioni ad aziende locali, supportata dalla China International Water and Electric Corporation. Obiettivo di Pechino, non solo abbattere i costi delle merci, ma anche creare opportunità di business per le aziende siderurgiche di casa, che richiedono un impulso a fronte del rallentamento dell’economia del gigante asiatico.

Ma con la Cina sempre più protagonista in America Latina – ha triplicato la sua quota nelle esportazioni regionali nell’ultimo decennio, principalmente alimenti e minerali – secondo un recente studio dell’Università di Boston sono aumentati nella regione anche i conflitti sociali e il degrado ambientale. “Questo progetto è iconico ed è destinato a diventare centrale nella lotta dei movimenti della società civile latinoamericana” promette Paulina Garzon, direttrice dell’Iniziativa per gli investimenti sostenibili Cina-America Latina. “È una notizia troppo grossa per passare inosservata – aggiunge l’attivista – e sarebbe assurdamente controversa sia sul piano ambientale che su quello sociale: innanzitutto per le sue dimensioni e la sua ubicazione, ma anche perché le reti ambientaliste latinoamericane e le organizzazioni indigene sono ben organizzate per combattere”.

I timori riguardano principalmente la riserva di Isconahua e Vale do Rio Juruá, habitat di spettacolari specie di fauna e flora, così come le aree indigene protette e i vasti tratti di foresta amazzonica che verrebbero irrimediabilmente compromessi. Progetti come l’Autostrada Transamazzonica, la diga di Belo Monte, la miniera a cielo aperto di Carajás, sono stati già portati avanti senza alcun rispetto per l’impatto sulla natura e la popolazione, restando fonte ancora attuale di violenti conflitti.

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