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Medio Oriente: se intorno a Gerusalemme si delineano le nuove direttrici geopolitiche

    di  .  Scritto  il  11 dicembre 2017  alle  7:00.

Gerusalemme è stata la capitale di Israele per 3000 anni, e i palestinesi devono prendere atto della realtà: queste, in sintesi, le parole espresse ieri dal primo ministro Benjamin Netanyahu, di fronte alle proteste con cui è stata accolta la decisione degli Stati Uniti di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele.

Per i palestinesi, prendere atto della realtà significa secondo alcuni osservatori cominciare a dire addio alla possibilità di avere un vero Stato. Senza capitale, senza storia, senza continuità territoriale, senza possibilità di controllare frontiere e preziose riserve idriche lo Stato palestinese – semmai esso verrà – dovrà fare i conti con situazione forse unica al mondo, in cui non ha avrà i fondamentali per poter esistere in maniera sostenibile.

Ieri a Parigi in visita, Netanyahu ha risposto per le rime al presidente francese Emmanuel Macron che criticava la decisione di Washington. Né ci sarebbe da meravigliarsi se accanto alle proteste delle basi popolari palestinesi e arabe, ci fossero interessi di una parte delle elite arabe a chiudere la questione palestinese così.

Netanyahu, d’altra parte, sta facendo il suo gioco. La capitale per gli israeliani è sempre stata Gerusalemme e a dirlo, ha chiosato ieri davanti a Macron, è la stessa Bibbia. “Prima i palestinesi capiranno questo, prima di arriverà alla pace”.

Restando su un piano di ipotesi, quel che appare chiaro su questa vicenda, al di là delle proteste di piazza, è il riacuirsi dei contrasti tra Turchia e Israele. Il capo di Stato turco, recep Tayyip Erdogan, non ha lesinato critiche a Israele e ha minacciato di interrompere le relazioni diplomatiche; Netanyahu ha risposto per le rime, sottolineando di non accettare lezioni da chi bombarda villaggi curdi, imprigiona giornalisti e aiuta l’Iran ad aggirare le sanzioni internazionali.

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