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“Accordo finale” tra governo e Farc, a ottobre il Referendum

    di  .  Scritto  il  25 agosto 2016  alle  18:03.

E, così, almeno sulla carta, anche per l’agognata pace in Colombia, dopo oltre mezzo secolo di guerra interna, “è arrivato il giorno”.

Lo ha detto, tradendo l’emozione, il presidente Juan Manuel Santos. Lo stesso che, da ministro della Difesa, nel 2008 aveva inferto un durissimo colpo alle Farc – con la clamorosa liberazione di Ingrid Betancourt (“Operación Jaque”) – per poi portarle al tavolo del negoziato, nell’autunno del 2012, con l’obiettivo di passare alla storia come il “presidente della pace”.

Dopo quasi quattro anni di negoziato all’Avana, il governo e la guerriglia più longeva dell’America Latina – Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia-Ejército del Pueblo/Farc-Ep – hanno infine annunciato la fine dei colloqui e il raggiungimento di un “accordo di pace definitivo” per chiudere un ciclo di violenza cominciato nel 1964 che ha lasciato oltre 220.000 morti e milioni di sfollati interni (‘desplazados’).

Un accordo a cui seguirà, a settembre, la decima e ultima “Conferencia” delle Farc, e che i colombiani potranno ratificare o bocciare al referendum promosso da Santos, che lo ha annunciato per il 2 ottobre; per il momento, invero, i sondaggi danno avanti il ‘no’.

Sta di fatto che per chi l’ha redatto, l’accordo di oltre 200 pagine, mirato a sanare le principali “vene aperte” della Colombia – dall’accesso alla terra per i ‘campesinos’ poveri, alla giustizia per le vittime di abusi e violazioni dei diritti umani – “rappresenta la fine del conflitto”.

Così si è espresso il capo negoziatore del governo, Humberto de la Calle, e di “fine della guerra” e “inizio del dibattito delle idee” ha parlato anche il suo pari nelle file guerrigliere, Iván Márquez: l’obiettivo delle Farc è quello di entrare in politica ma prima i circa 7000 uomini che rispondono agli ordini del massimo capo, Rodrigo Londoño (aka “Timochenko”, “Timoleón Jiménez”), dovranno abbandonare formalmente le armi, sciogliersi e ricostituirsi in un movimento politico legale.

Ma anche rispondere delle loro azioni alla “Justicia Especial para la Paz”, uno dei punti più spinosi delle trattative, perché, ha sottolineato il presidente, “non vi sarà impunità per i responsabili dei crimini più gravi”.

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