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Honduras: Berta Caceres, spenta la voce degli indigeni Lenca

    di  .  Scritto  il  3 marzo 2016  alle  16:32.

“Noi, popoli indigeni, siamo forti! Nonostante 500 anni di lotta, di oppressione, di schiavitù, di sterminio, esistere, oggi, come popoli indigeni significa aver dimostrato quanto siamo forti. Per noi non è stato facile: oggi i popoli indigeni che lottano per la loro sopravvivenza si scontrano con poteri anche peggiori di quelli di 500 anni fa. La schiavitù che allora era praticata con le catene, ora è anche una schiavitù culturale. Di fronte a queste sfide offriamo resistenza, lottiamo, ci organizziamo, ci articoliamo, affrontiamo sfide così tremende come la povertà, la miseria, l’esclusione totale da un sistema che è razzista in ogni ambito, incluso quello delle istituzioni…”

Instancabile lottatrice per i diritti del suo popolo, i Lenca, contro lo sfruttamento delle risorse naturali, minacciata di morte, di stupro, obbligata ad allontanarsi dalla sua terra per proteggere la madre e i quattro figli dalla furia dei suoi nemici, costretta a veder morire molti dei suoi compagni di battaglia, come Moisés Durón Sánchez, Tomás García o William Jacobo Rodríguez e il piccolo Maycol, 14 anni appena, torturato.

Berta Caceres, center, a Honduran indigenous rights activist, looks toward Pope Francis during the pope's meeting with grassroots social activists at the Vatican Oct. 28, 2014. On April 20, Caceres was awarded the  Goldman Environmental Prize, an international award given annually to grassroots environmental activists from each continent. (CNS photo/L'Osservatore Romano) See HONDURAS-DAMS April 22, 2015.

(CNS photo/L’Osservatore Romano)

Berta Cáceres, 43 anni, è stata uccisa nelle prime ore di giovedì da sconosciuti nella sua casa di La Esperanza, nel dipartimento di Intibucá, nel sud-ovest dell’Honduras; secondo le prime testimonianze, gli assassini avrebbero atteso la notte fonda per coglierla nel sonno, ferendo anche il fratello che si trovava con lei.

Fin d’ora, fra chi la piange, è opinione diffusa che ottenere verità e giustizia su ciò che è accaduto, le responsabilità materiali, i mandanti, sarà un’altra, dura, battaglia per i Lenca.

Fondatrice e dirigente del Consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras (Copinh), Berta Cáceres ha dato la vita per i movimenti contadini, ingaggiando una battaglia coraggiosa contro il mega progetto idroelettrico di Agua Zarca, sul Rio Gualcarque; un fiume sacro, il Gualcarque, elemento vitale per la sovranità alimentare, la spiritualità, la cultura dei Lenca, popolo millenario da sempre dedito alla custodia della terra e in special modo dei corsi d’acqua, dove risiedono gli spiriti femminili e la cui cura è affidata proprio alle donne.

Quando nel 2006, membri della comunità di Río Blanco si rivolsero al Copinh denunciando l’ingresso abusivo di macchinari pesanti nelle loro terre, era difficile pensare che anni di resistenza organizzata, conferenze, assemblee, marce, blocchi stradali in nome della vita e della dignità avrebbero piegato il colosso cinese Sinohydro, portando nel luglio 2013 alla paralisi di un progetto finanziato, fra l’altro, dalla Ifc, International Finance Corporation, agenzia della Banca Mondiale.

“In Honduras – denunciava Berta Cáceres – viviamo una situazione tragica. Nella misura in cui sono aumentati i grandi investimenti del capitale transnazionale, con società vincolate al potente settore economico, politico e militare, queste politiche neoliberiste estrattiviste hanno provocato anche un aumento della repressione, della criminalizzazione, del saccheggio delle comunità, che sono state cacciate con forza dai loro territori. Un apparato repressivo armato ha difeso gli interessi di queste società”.

L’uso arbitrario della forza da parte dei corpi di sicurezza dello Stato e le implicazioni di militari e poliziotti in casi di minacce e assassini dei difensori dell’ambiente, celati da una coltre di impunità, sono stati denunciati a più riprese anche in sede internazionale. Anche Margaret Sekaggya, già relatrice speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani, avvertiva in un recente rapporto che in Honduras “coloro che denunciano problemi ambientali vengono classificati come membri della resistenza, guerriglieri, terroristi, oppositori politici o criminali”.

Protetta, almeno sulla carta, dalle misure cautelari per garantirne l’incolumità stabilite nel 2009 dalla Corte Interamericana dei Diritti Umani, Berta stessa era stata accusata di essere “un pericolo per la sicurezza dello Stato” e nel 2013 costretta anche a subire un processo con la falsa accusa di detenzione illegale di arma da fuoco, concluso con una sentenza di non luogo a procedere.

Appena un anno prima era stata insignita in Germania del Premio Shalom, dedicato a “coloro che lottano per la giustizia e la pace nel mondo e molte volte rischiano la propria vita per questo impegno”, un riconoscimento seguito, nel 2015, dal prestigioso Goldman Environmental Prize, il cosiddetto “Nobel per l’Ambiente”. Ma gli apprezzamenti, il sostegno, la solidarietà internazionale, non sono bastati ad impedire che fosse messa brutalmente a tacere la sua voce.

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