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Pakistan: vittime di “swara” per mantenere l’ordine sociale

    di  .  Scritto  il  9 novembre 2012  alle  7:00.

L’11 novembre Bibi Roza, una bambina pakistana di sei anni, rischia di andare in sposa come “garanzia di pace” a un uomo adulto appartenente a una famiglia rivale nel villaggio di Ashari, nella Valle dello Swat, perché la jirga, il consiglio del villaggio, così ha deciso. I suoi genitori stanno lottando per cercare di sottrarre la figlia a quella che gli attivisti per i diritti umani chiamano “pena di morte virtuale” e le autorità hanno promesso di intervenire, ma intanto l’11 novembre è alle porte e per il momento il destino di Bibi Roza sembra segnato.

L’odiosa pratica di dare in sposa ragazze o bambine a membri di famiglie rivali, a titolo di risarcimento danno o per dirimere una diatriba familiare, in Pakistan e in Afghanistan si chiama la “Swara”. Per molte famiglie è una pena, mentre per la jirga è un’usanza rispettabile: la bambina infatti, una volta adulta, partorirà figli maschi come pegno di pace. La “Swara” funziona così: di fronte a due clan rivali il consiglio, per mantenere l’ordine nel villaggio, ordina alla famiglia dell’aggressore di inviare una sposa alla famiglia lesa. Se non ci sono ragazze in casa, possono comprarne una. In questo modo donne giovanissime o addirittura bambine vengono regalate come “prezzo del sangue versato”.

Se quella promessa di pace nel futuro dovesse infrangersi, la colpa ricade tutta sul pegno che non ha saputo mantenere le sue garanzie. E così scatta la punizione. Successe a Zarmina Bibi, 19 anni, e a Tayyaba Begum, 20 anni, avvelenate rispettivamente dal cognato e dai suoceri in Pakistan per la promessa di pace tradita. Se una vittima di Swara si oppone al matrimonio e prova a denunciare i suoi “sequestratori”, il padre potrebbe essere arrestato o aggredito su autorizzazione della jirga, per questo motivo molte riduzioni in schiavitù si consumano nel silenzio. Ufficialmente la Swara non è consentita, ma tra le tribù Pashtun è molto praticata e dalle autorità tollerata. Almeno in alcuni villaggi. Per Fida Mohammad Khan, esperto di legge islamica, si tratta di una punizione inutile perché non rispecchia nessuno dei requisiti che la Sharia prescrive: non è punitiva, né retributiva, né riformatrice e non funge da deterrente.

 

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