Cesare Cantù
Peste della patria è il giornalismo che accetta le notizie senza vagliarle, quando pur non le inventa.
Joseph Pulitzer
Una stampa cinica e mercenaria, prima o poi, creerà un pubblico ignobile.
Un rapimento che rappresenta un altro colpo al Libano e ai suoi delicati equilibri interni. La vicenda degli undici cittadini libanesi e sciiti (altre fonti parlano di 13 persone) rapiti ieri poco dopo essere entrati in territorio siriano da presunti membri dell’Esercito siriano libero – quello che si oppone al regime di Bashar al-Assad – ha scatenato nuove proteste in Libano, in particolare a Beirut sud, la parte della capitale libanese abitata dagli sciiti.
Il rapimento, riferito da diversi media arabi e anche siriani, è stato confermato dalle donne che si trovavano a bordo dell’autobus fermato dai rapitori e lasciate libere di allontanarsi. Il gruppo di libanesi in viaggio era formato da pellegrini che avevano visitato alcuni luoghi sacri in Iran e che stavano facendo ritorno in Libano.
La diffusione della notizia è stata seguita da alcune azioni dell’esercito siriano e da dimostrazioni a Beirut che hanno portato alla chiusura di alcune strade. In serata lo stesso capo di Hezbollah – il principale movimento di riferimento della comunità sciita – è apparso in televisione per richiamare alla calma.
I rapimenti seguono di qualche giorno scontri a Tripoli tra fazioni opposte, pro e contro il regime siriano, e l’uccisione di un noto sceicco ad Akkar, nel nord del Libano, noto per per le sue posizioni anti-Assad. Tutti fatti finora circoscritti che gettano però un’ombra sugli attuali equilibri libanesi a sempre sensibili a quanto accade in Siria.
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