Cesare Cantù
Peste della patria è il giornalismo che accetta le notizie senza vagliarle, quando pur non le inventa.
Joseph Pulitzer
Una stampa cinica e mercenaria, prima o poi, creerà un pubblico ignobile.
Il presidente della Bolivia, Evo Morales, assisterà ad una nuova settimana di proteste, la settima consecutiva, con lo sciopero nazionale di 48 ore dei conducenti dei trasporti pubblici, iniziato lunedì, e quello generale di 72 ore convocato dalla Central Obrera Boliviana (COB), a partire da mercoledì, tra gli altri.
Il personale ospedaliero è in sciopero da marzo per un decreto di Morales che aumenta l’orario di lavoro, da sei a otto ore. Medici e operatori sanitari continuano a bloccare le vie di collegamento con Brasile e Argentina, nonostante la sospensione del provvedimento annunciata venerdì dallo stesso Morales.
Intanto, gli indigeni dell’Amazzonia che si oppongono alla costruzione di una strada nella riserva naturale Tipnis (territorio indigeno e parco nazionale Isiboro Secure), continuano la loro marcia verso La Paz per chiedere al Governo di desistere dal progetto. Mancano 50 chilometri alla destinazione (su un totale di 550 chilometri).
I conducenti del trasporto pubblico chiedono al sindaco della capitale Luis Revilla, un ex alleato di Morales, di ritirare una legge che prevede il riordino del caotico traffico cittadino e un sistema di trasporto rapido di massa, che secondo i sindacati eliminerà numerosi posti di lavoro.
La COB, il più grande sindacato del paese, anch’essa ex alleata del presidente, ha convocato uno sciopero generale per mercoledì, giovedì e venerdì, per chiedere al Governo un aumento salariale superiore all’8% previsto per quest’anno.
Il comitato esecutivo della Universidad Boliviana, che riunisce presidi, professori e studenti delle università pubbliche, ha iniziato lunedì uno sciopero ad oltranza, organizzando manifestazioni di massa, in cerca di maggiori fondi e in sostegno ai medici e alla COB.
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