Cesare Cantù
Peste della patria è il giornalismo che accetta le notizie senza vagliarle, quando pur non le inventa.
Joseph Pulitzer
Una stampa cinica e mercenaria, prima o poi, creerà un pubblico ignobile.
In un documento reso pubblico a un anno dal primo attacco aereo, intitolato “Libia: le vittime dimenticate degli attacchi aerei della Nato”, Amnesty International (AI) denuncia la mancanza di indagini adeguate, da parte della Nato, sulle numerose vittime civili provocate nei sette mesi di operazioni nel paese nordafricano.
“È con profondo disappunto che constatiamo come, oltre quattro mesi dopo la fine della campagna militare, le vittime e i parenti delle persone uccise dagli attacchi aerei della Nato rimangano all’oscuro di cosa sia accaduto e di chi ne sia stato responsabile”, ha dichiarato Donatella Rovera di AI.
“I responsabili della Nato hanno ripetutamente sottolineato l’impegno a proteggere i civili. Ora non possono liquidare le vittime con vaghe frasi di rincrescimento, senza indagare adeguatamente su
questi episodi mortali”, continua Rovera.
Le indagini dovranno chiarire se le vittime civili sono state provocate da violazioni del diritto internazionale; in questo caso, i responsabili dovranno essere portati di fronte alla giustizia.
Amnesty ha documentato, con nome e cognome, i casi di 55 civili (tra cui 16 bambini e 14 donne) uccisi dagli attacchi aerei della Nato a Tripoli, Zlitan, Majer, Sirte e Brega.
La missione militare della NATO, autorizzata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, iniziò il 31 marzo 2011 con l’obiettivo di proteggere i civili. L’Alleanza Atlantica ha alla fine effettuato circa 26.000 raid in 9.600 missioni, distruggendo almeno 5.900 obiettivi fino al 31 ottobre, quando si sono concluse le operazioni.
L’organizzazione per i diritti umani ha sostenuto che la Nato non ha fatto abbastanza per svolgere “adeguate indagini” sulle morti, o per compensare le famiglie delle vittime.
“La Nato non ha fatto nulla per indagare sui civili uccisi e feriti dai suoi attacchi aerei nelle aree poi passate sotto il controllo delle nuove autorità libiche del Consiglio nazionale di transizione (Cnt), aree che erano dunque accessibili in condizioni di sicurezza. Tutti i sopravvissuti e i parenti dei civili uccisi dalla Nato che Amnesty ha incontrato hanno affermato di non essere mai stati contattati dalla Nato o dal Cnt”.
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