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Africa occidentale, la nuova zona calda della pirateria

    di  .  Scritto  il  1 marzo 2012  alle  7:00.

La continua scoperta di nuovi bacini sottomarini di idrocarburi al largo delle coste dell’Africa occidentale rende il Golfo di Guinea uno spazio sempre più importante nella pianificazione delle strategie globali. Il piano di raddoppiare la produzione petrolifera entro i prossimi due anni, tuttavia, sembra essere messo a rischio dai sempre più numerosi, frequenti e sofisticati episodi di pirateria che si verificano nelle acque antistanti la costa dell’Africa occidentale.

A evidenziarlo è una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che chiede ai paesi della regione “di agire con rapidità per sviluppare e mettere in pratica tutte le azioni necessarie per contrastare la pirateria e le rapine armate in mare”. La risoluzione adottata all’unanimità rappresenta il punto d’arrivo di una missione di valutazione recatasi lo scorso mese di novembre nei paesi dell’Africa occidentale e riporta le conclusioni di una riunione del Consiglio di sicurezza svoltasi ieri a New York, il cui tema era proprio la pirateria nel Golfo di Guinea come “chiara minaccia” alla sicurezza e allo sviluppo economico della regione.

Secondo quanto riferito dal sotto-segretario generale dell’Onu per gli Affari politici, Lynn Pascoe, all’incontro a cui hanno partecipato anche gli ambasciatori dei paesi di Nigeria, Benin, Congo e Togo oltre ad un rappresentante della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas/Cedeao), nel 2010 erano stati ricevuti 45 rapporti riguardanti la pirateria al largo delle coste di sette paesi affacciati sul Golfo di Guinea, mentre nel 2011 il numero è aumentato giungendo ben a 64 incidenti legati a nove paesi diversi. L’Organizzazione marittima internazionale (Imo) ha già ricevuto 10 rapporti di attacchi solamente nei primi due mesi del 2012: questi attacchi sono stati eseguiti in Benin, Congo, Nigeria, Ghana e Costa d’Avorio. “Inoltre – ha proseguito Pascoe – sappiamo bene che non tutti gli incidenti di pirateria vengono sistematicamente riportati e pertanto il loro numero potrebbe essere ben più alto”.

Abdel Fatau Musah, direttore degli Affari politici dell’Ecowas, ha sottolineato come sia necessario “un approccio olistico alla piaga della pirateria”, esortando i partner internazionali a privilegiare una prospettiva di lungo termine nei confronti del fenomeno e a fornire l’assistenza finanziaria e tecnica alle iniziative regionali volte a rafforzare le capacità della sicurezza marittima.

“Non c’è dubbio – ha proseguito Joy Ogwu, ambasciatrice della Nigeria presso le Nazioni Unite – che sono i paesi della regione a dover mettere in piedi un quadro complessivo di iniziative volte a contrastare la pirateria, ma posso affermare che tale volontà politica a livello regionale e sub-regionale dev’essere accompagnata da un sostanziale aiuto da parte delle organizzazioni internazionali”.

La maggior parte degli attacchi compiuti lo scorso anno si è concentrata al largo del porto commerciale di Lagos, la capitale economica della Nigeria, e nei pressi di Cotonou, capitale del Benin.

“Negli anni passati il porto di Cotonou generava il 70% del prodotto interno lordo del Benin, rappresentava circa l’80% delle entrate fiscali nazionali grazie alle imposte doganali e il luogo di transito per il 90% del commercio nazionale – ha spiegato a margine della riunione del Consiglio di sicurezza il ministro della Difesa del Benin, Issifou Kogui N’Douro – Il porto era un passaggio naturale per un paese circondato da terre ad est e ad ovest, tuttavia dall’inizio sistematico degli attacchi dei pirati davanti le coste del Benin nel 2010 il numero di imbarcazioni che arrivano nel porto è diminuito del 70%, causando gravi danni alle finanze dello Stato in un momento in cui il governo sperava di poter investire il denaro nello sviluppo del paese”.

Nigeria e Benin hanno avviato lo scorso anno un programma di pattugliamento congiunto delle acque territoriali con l’aiuto logistico e finanziario della Francia, mentre Senegal e Ghana hanno aumentato le risorse a favore delle rispettive guardie costiere. Tuttavia, ha sottolineato Musah, senza l’aiuto della comunità internazionale, è difficile che questi Stati possano garantire una capacità di controllo marittimo oltre le 100 miglia nautiche al largo delle coste.

“È inopportuno però paragonare il fenomeno della pirateria davanti le coste della Somalia con quello nel Golfo della Guinea: nella sola prima metà del 2011 ci sono stati 163 attacchi da parte dei pirati somali – ha precisato all’agenzia di stampa France Press Thomas Horn Hansen, analista di RiskIntelligence, società danese specializzata nella sicurezza – quello che è effettivamente accaduto negli ultimi otto mesi è un evidente salto di qualità negli episodi di pirateria nel Golfo di Guinea, da rapine armate di piccola entità al sequestro di navi container, petroliere e furti sempre più ingenti”.

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Un commento a Africa occidentale, la nuova zona calda della pirateria

  1. Riccardo Nassigh Rispondi

    1 marzo 2012 alle 11:42

    A causa dei miei studi in campo navale leggo quotidianamente, fra l’altro, ciò che si scrive in materia di pirateria marittima.
    Ora ho letto l’articolo di Michele Vollaro. Non ho assolutamente nulla da obiettare sullo scritto, anzi. Intendo solo manifestare il piacere di aver letto un testo elegante e conciso come, purtroppo, se ne trovano pochini sulla stampa attuale.
    (Vorrei soltanto pregare l’Autore di cassare l’uso – ormai comunissimo! – del termine “imbarcazione” riferito alle navi: mi scuso per questa mia pignoleria navale..)
    In ogni caso ringrazio vivamente l’Autore.
    Riccardo Nassigh

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