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Stati Uniti: accordo trans-Pacifico, per rivoluzionare il commercio

    di  .  Scritto  il  14 novembre 2011  alle  7:59.

“Abbiamo l’occasione di muoverci verso un obiettivo importante: creare un’economia regionale senza barriere”. Il presidente statunitense Barack Obama ha aperto con queste parole il vertice annuale dell’Apec (Asia-Pacific economic cooperation), annunciando il quadro di un accordo di libero scambio tra gli Stati Uniti e almeno altri otto paesi membri dell’Apec.

Nella capitale hawaiana di Honolulu, negli Stati Uniti, dove per la prima volta dopo 13 anni si svolge l’incontro che vede riuniti i capi di Stato dei 21 paesi affacciati sull’oceano Pacifico, Obama ha colto l’occasione per dare maggiore impulso ai negoziati sull’istituzione di una “Trans-Pacific Partnership” (Tpp), auspicando che si possa siglare l’accordo già nel mese di luglio dell’anno prossimo.

Nelle intenzioni degli Stati Uniti, la Tpp vuole essere un’occasione per rilanciare la propria economia garantendo alle imprese l’accesso in un ampio mercato internazionale privo di ostacoli. I negoziati riguardano per il momento Australia, Brunei, Cile, Malesia, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Vietnam, mentre Canada, Corea del Sud e Giappone si sono detti interessati e disponibili a partecipare alle trattative.

Secondo l’agenzia di stampa giapponese Kyodo, il testo principale dell’accordo è in fase di negoziazione multilaterale mentre le riduzioni tariffarie e doganali sono oggetto di discussione bilaterale. Se un accordo di massima sembra essere stato già raggiunto, prosegue il lancio d’agenzia, le materie su cui c’è maggiore contrasto riguardano il lavoro, i diritti di proprietà intellettuale e le normative per gli appalti pubblici.

Il quotidiano economico ‘Wall Street Journal’ evidenzia come la mossa degli Stati Uniti e degli altri paesi del cosiddetto Pacific Rim, l’area che comprende gli stati che si affacciano sulla costa dell’oceano Pacifico, sia un modo per superare l’impasse in cui sono giunti i negoziati sul Doha Round in seno all’Organizzazione mondiale del Commercio (Wto/Omc) e “concludere un accordo in grado di affrontare i nuovi bisogni e le nuove aree protagoniste del commercio e degli investimenti”.

“In base allo statuto del Wto – scrive il ‘Wall Street Journal’ – i colloqui commerciali del Doha Round potranno essere conclusi con successo soltanto con il consenso di tutti e 153 i paesi membri. Ma il Wto consente altresì la stipula di accordi ‘plurilaterali’ volontari tra i paesi membri, che potrebbero rivelarsi un impulso ai negoziati a livello globale”.

Benché gli otto paesi che partecipano finora ai negoziati con gli Stati Uniti rappresentino infatti soltanto il 6% del totale delle esportazioni americane, l’interesse dimostrato da Giappone e Corea del Sud potrebbe far assumere alla Tpp un ben altro significato.

In un momento in cui l’Europa è alle prese con la crisi del debito e un decennio in cui la ‘guerra al terrorismo’ e le invasioni militari in Medio Oriente hanno dominato la politica estera americana, gli Stati Uniti sembrano rivolgere decisamente la loro attenzione sullo sviluppo delle relazioni con i paesi dell’area del Pacifico, dove si concentra il 44% del commercio mondiale e viene prodotto il 55% del pil globale.

A simboleggiarlo è lo stesso presidente statunitense, che da Honolulu partirà per un viaggio di otto giorni che lo porterà prima in Australia, dove prenderà parte i festeggiamenti per celebrare il 60° anniversario dell’alleanza tra i due paesi e siglerà un accordo che consentirà la presenza permanente di truppe militari statunitensi e quindi un maggiore impegno navale nella regione, e poi in Indonesia, dove parteciperà al vertice dell’East Asean Summit, forum che riunisce 16 paesi dell’Asia orientale.

L’idea di fondo è stata è stata tratteggiata dal segretario al Tesoro Tim Geithner, che nel corso del vertice di Honolulu ha detto: “Le economie asiatiche devono far in modo di stimolare la crescita della domanda interna”, sottolineando che oggi lo sviluppo di alcuni paesi si basa in massima parte sulle esportazioni di beni a basso costo con la conseguenza che  il reddito interno dedicato al consumo è troppo basso. “Questo è un problema – ha aggiunto Geithner – e in primo luogo un problema per l’Asia stessa”.

In un lungo articolo pubblicato dal bimestrale ‘Foreign Policy’, il segretario di Stato americano Hillary Clinton ha delineato quella che sembra essere la futura strategia degli Stati Uniti. Ricordando che negli ultimi dieci anni gli Stati Uniti “hanno allocato immense risorse sui due teatri” dell’Iraq e dell’Afghanistan, la Clinton spiega che è tempo di “reindirizzare investimenti – diplomatici, economici, strategici e non solo – verso il Pacifico”.

In questo quadro, l’accordo per la Tpp rappresenta il primo passo; da cui resta fuori, non a caso, proprio la Cina.

Secondo molti commentatori, come scrive il quotidiano economico di Singapore ‘Business Time’, “Pechino è restia a impegnarsi in qualsiasi accordo commerciale che costringerebbe la propria economia ad aprirsi ulteriormente ad influenze esterne, tanto più se promosse dagli Stati Uniti”.

Parlando nel corso di un incontro con gli imprenditori, a margine del vertice Apec di Honolulu, il presidente cinese Hu Jintao ha ribadito che l’impegno della Cina è volto al raggiungimento dell’obiettivo di lungo termine di un’area di libero scambio che comprenda tutti e 21 i paesi dell’organizzazione, sottolineando di partecipare già ai negoziati di due altre diverse iniziative ‘plurilaterali’, l’area di libero scambio dell’Asean e la Comprehensive Economic Partnership for East ASIA (Cepea), a cui gli Stati Uniti tuttavia non partecipano.

“Dovremmo proseguire con i negoziati del Doha Round in seno al Wto – ha detto Hu – e cercare di raccogliere rapidamente un accordo entro quest’anno che garantisca l’abolizione dei dazi doganali sui prodotti provenienti dai paesi in via di sviluppo”.

Suggerendo un pacchetto di misure che assicurerebbe un accesso preferenziale dei paesi meno sviluppati sui mercati dei paesi ricchi, il presidente cinese ha quindi annunciato che “la Cina è disposta a fare la sua parte e sta valutando la possibilità di eliminare i dazi doganali sul 97% delle merci provenienti dai paesi poveri con i quali ha relazioni economiche e diplomatiche bilaterali”.

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